Salute mentale

Salute mentale, la Liguria è prima in Italia per assistiti: e dietro c’è chi assiste

La regione più anziana d’Italia è anche la prima per persone seguite dalla salute mentale. Ma quei numeri contano chi viene assistito, non chi assiste. Cioè, con ogni probabilità, te.

DT
Daniela Tonzuso·Caregiver familiare · autrice
23 giugno 2026 · ~7 minuti
Una figlia adulta seduta accanto alla madre anziana vicino alla finestra di casa, luce naturale

C’è una classifica in cui la Liguria è prima in Italia, e non è una di quelle di cui ci si vanta. È la regione dove più persone vengono seguite dai servizi di salute mentale: 447,2 ogni 10.000 abitanti adulti, contro una media nazionale di 171,9. Lo dicono i dati del Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero, ripresi a un congresso della Società Italiana di Psichiatria il 19 giugno 2026.

Il motivo non è che i liguri stiano peggio degli altri. È che la Liguria è la regione più anziana d’Italia — e dietro a ogni anziano fragile preso in carico c’è quasi sempre qualcun altro che non compare in nessuna statistica: chi lo assiste. Cioè, con ogni probabilità, tu.

In breveSecondo il Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero (dati 2024), la Liguria ha il valore più alto d’Italia di persone prese in carico dai servizi: 447,2 ogni 10.000 adulti, contro una media di 171,9. È la regione più anziana del Paese (età media 49,5 anni). Tradotto: non è che lì la gente «regga meno» — è che l’invecchiamento scarica sui servizi un bisogno enorme, e una fetta di quel bisogno sei tu che assisti, anche se nessuno ti conta.

Cosa è successo

Il 19 giugno 2026, al congresso nazionale delle sezioni regionali della Società Italiana di Psichiatria, sono stati riletti i dati del Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero. Tra tutte le regioni, la Liguria è risultata prima in Italia per utenti presi in carico dai Dipartimenti di Salute Mentale (ANSA).

A commentarli è stato Pietro Ciliberti, presidente della Società Italiana di Psichiatria della Liguria ed ex direttore della Salute Mentale della ASL 3. Il suo punto è importante, e onesto: quel primato «non indica necessariamente una maggiore diffusione delle patologie psichiatriche, ma riflette la capacità del sistema regionale di intercettare presto il bisogno». In altre parole, non è che in Liguria si stia tutti peggio. È che lì la popolazione invecchia prima, e l’invecchiamento — con la fragilità, la solitudine, le demenze che porta con sé — bussa ai servizi più che altrove.

I numeri (e cosa contano davvero)

Il dato che fa da titolo è la quota di persone seguite: 447,2 ogni 10.000 abitanti adulti, quando la media italiana è 171,9. Ma è la fila di numeri dietro a raccontare la pressione vera (Ministero della Salute, Rapporto Salute Mentale):

Sullo sfondo, il quadro nazionale dello stesso Rapporto: nel 2024 i servizi di salute mentale hanno seguito 845.516 persone in tutta Italia (manca il dato dell’Abruzzo), con oltre 636.000 accessi psichiatrici al pronto soccorso. Un sistema sotto pressione, in cui la Liguria è la punta più avanzata di una curva che riguarda tutti.

E qui serve una premessa che ti devo. La Liguria è la regione più anziana d’Italia: età media 49,5 anni contro i 46,6 nazionali, secondo l’ISTAT al 1° gennaio 2024. Più anziani significa più demenze, più depressione tarda, più persone fragili che hanno bisogno di essere assistite. I 447,2 contano loro: le persone prese in carico. Non contano chi, a casa, le accompagna alle visite, divide le pasticche, si sveglia di notte. Quel numero, tu, non lo trovi da nessuna parte.

Cosa significa per te che assisti qualcuno

Quando ho letto questa notizia non ho pensato ai grafici. Ho pensato al parcheggio del supermercato. Per mesi, mentre assistevo mia madre, andavo lì e piangevo in macchina prima di fare la spesa: era l’unico posto in cui nessuno mi chiedeva niente. Non ero in nessuna statistica sulla salute mentale. Ero «la figlia che si occupa di tutto», quella a cui dicevano «che brava, quanto ti ammiro». Stavo affondando in silenzio, e il silenzio non si conta.

È questo che dice davvero la notizia, al di là dei decimali. Quei numeri contano gli assistiti, non chi assiste — e il giorno in cui anche tu finisci a pezzi non è un fallimento morale, è un carico che nessuno aveva contato. Una regione che invecchia mette in fila migliaia di anziani da seguire, e accanto a ognuno mette una persona — una figlia, una moglie, una sorella — che regge la parte invisibile. Tu reggi una cura che non ha un codice, non ha una cartella, non ha un posto in classifica.

Una donna seduta da sola in un’auto parcheggiata, lo sguardo fuori dal finestrino, in un momento di pausa
Il carico di chi assiste non compare in nessun rapporto: succede in macchina nel parcheggio, di notte, nei minuti rubati. Ma è reale come gli altri.

Quel peso, in parole nostre, ha un nome: è il burnout del caregiver. Il sonno che si rompe, l’irritabilità con le persone che ami, il sentirti già vuota al risveglio. Non è fragilità di carattere ed è diverso dalla tristezza di una brutta giornata: è quello che succede quando il carico supera, ogni giorno, le tue forze. E se assisti un genitore con demenza, dove la persona cambia mentre è ancora lì, quel logorio ha una forma tutta sua — ne ho scritto pensando proprio a te in come assistere un genitore con Alzheimer senza perderti.

Cosa fare adesso, se ti ci sei riconosciuta

I numeri di una regione non ti tolgono un grammo di peso. Servono a darti il permesso di guardare il tuo, di carico, senza vergognartene. Da lì puoi partire — non da tutto insieme, da una cosa sola.

  1. Dai un nome a quello che proviPrima di cambiare qualcosa, riconosci che è burnout e non fragilità. È la differenza tra «sono io che non valgo» e «il carico ha superato le mie forze»: solo la seconda si può alleggerire.
  2. Togli un solo peso questa settimanaNon riorganizzare tutta la vita: scegli un’unica area — gli appuntamenti, la spesa, una notte — e affidala a qualcun altro davvero, regia compresa. Chiedere aiuto non è fallire, è ciò che ti permette di esserci ancora tra un anno.
  3. Se la stanchezza non rientra più, parlane con un professionistaQuando la tristezza è profonda e non passa, o non dormi da settimane, non è più «solo» fatica: il medico di base, un Centro di Salute Mentale o uno psicologo sono il passo giusto. Farlo ora è un atto di cura verso di te, non una resa.

Se vuoi questi passi messi in fila — le frasi pronte per dire di no, i confini, i micro-gesti per non sparire dentro il ruolo — nell’ordine in cui servono davvero, li ho raccolti nella guida «Il permesso di scegliere te», con 9 carte da tenere a portata di mano per i giorni in cui la testa si svuota. E se vuoi prima orientarti gratis, parti da come prenderti cura di te senza sensi di colpa o dai segnali del rischio depressione quando la fatica diventa qualcosa di più.

Domande frequenti

Perché la Liguria è la regione con più persone seguite dalla salute mentale?

Perché registra 447,2 utenti presi in carico ogni 10.000 abitanti adulti, contro una media nazionale di 171,9: il valore più alto d’Italia secondo il Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero (dati 2024). Secondo Pietro Ciliberti, presidente della Società Italiana di Psichiatria della Liguria, il dato non indica necessariamente più malattia, ma la capacità del sistema regionale di intercettare presto il bisogno — un bisogno spinto dall’invecchiamento e dalla fragilità, perché la Liguria è la regione più anziana del Paese.

Cosa c’entra l’invecchiamento della popolazione con la salute mentale?

C’entra molto. La Liguria ha l’età media più alta d’Italia, 49,5 anni secondo l’ISTAT (al 1° gennaio 2024), contro i 46,6 nazionali. Più anziani e più fragilità significano più demenze, più depressione tarda, più solitudine: tutte cose che bussano ai servizi di salute mentale. E dietro a ogni anziano fragile preso in carico c’è quasi sempre un familiare che lo assiste — e che porta un peso che le statistiche non contano.

Questi numeri contano anche chi assiste un familiare?

No, ed è il punto. Quei 447,2 contano le persone assistite dai servizi, non chi le assiste a casa. Il logorio di una figlia che regge medicine, visite, notti e umori non compare in nessuna tabella, ma è reale e ha un nome: si chiama burnout del caregiver. Riconoscerlo non è lamentarsi, è il primo gesto per non finirci dentro tu stessa.

Assisto un genitore e mi sento a pezzi: a chi mi rivolgo?

Se la stanchezza non rientra più nemmeno con una pausa, se la tristezza è profonda e non passa, se non dormi da settimane o hai pensieri molto cupi, non è più «solo» fatica da caregiver: parlane con il tuo medico di base, con un Centro di Salute Mentale o con uno psicologo, e fallo adesso. Io sono una di voi che ne è uscita, non una terapeuta, e proprio per questo ti dico chiaro dove finisce la mia mano e dove inizia quella di un professionista.

Vale solo per la Liguria o anche per le altre regioni?

Il record è ligure ed è un dato standardizzato (e nel totale nazionale di 845.516 assistiti manca l’Abruzzo, quindi i numeri vanno letti con prudenza). Ma il meccanismo no, quello vale ovunque: una popolazione che invecchia scarica gran parte della cura su un familiare, quasi sempre una donna. La Liguria è solo il posto dove questa curva è arrivata prima. Dove vivi tu, probabilmente, sta arrivando adesso.

Una nota onesta, perché te la devo: il 447,2 è un dato standardizzato e fotografa la Liguria, non casa tua. È anche, in parte, una buona notizia — vuol dire che lì i servizi intercettano il bisogno invece di lasciarlo sommerso. Ma il disegno che racconta — una popolazione che invecchia e una cura che ricade quasi sempre su una persona sola — quello non si ferma al confine ligure. E quella persona, troppo spesso, sei tu.

DT

Daniela Tonzuso

Caregiver familiare · autrice

Per due anni ha assistito sua madre senza accorgersi che stava sparendo. Non è terapeuta: è una di voi, che ne è uscita. Scrive per le donne che amano qualcuno fino a dimenticarsi di esistere.

Fonti

Notizia verificata su più fonti indipendenti il 23 giugno 2026.

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