Pensa all’ultima volta che qualcuno in famiglia si è ammalato sul serio. Chi ha preso in mano le telefonate, gli appuntamenti, le medicine, le notti? Se il nome che ti è venuto in mente è un nome di donna — il tuo, quello di tua sorella, di tua madre — non è un caso. È un disegno, e ora c’è un’indagine nazionale che lo conta.
Le donne con una malattia rara sono penalizzate due volte. Come pazienti, perché per arrivare a una diagnosi aspettano in media due anni più di un uomo. E come caregiver, perché su di loro ricade la parte più grande del lavoro di cura. Lo dicono i dati del progetto «Women in Rare», presentati il 23 giugno 2026.
Cosa dice l’indagine
«Women in Rare» è un progetto sulla centralità delle donne nelle malattie rare, promosso da Alexion, AstraZeneca Rare Disease insieme a UNIAMO — Federazione Italiana Malattie Rare e alla Fondazione Onda. L’ultima indagine, condotta da Censis e Altems Advisory (spin-off dell’Università Cattolica), ha coinvolto 1.067 persone: 685 pazienti con una malattia rara e 382 caregiver. I risultati sono stati presentati a Roma il 23 giugno 2026 (Adnkronos).
Il primo dato è quello della diagnosi. In media servono 5,5 anni dal primo sintomo al nome della malattia, ma per le donne il tempo sale a 6 anni, mentre per gli uomini si ferma a 4. Due anni di differenza, spiegati anche da un dettaglio che a te suonerà familiare: i sintomi delle donne vengono più spesso liquidati come «cose di testa». Sono stati attribuiti a cause psicologiche nel 20,4% dei casi tra le donne, contro il 13% degli uomini.
I numeri che riguardano te che assisti
Ma è l’altra metà dell’indagine quella che probabilmente ti riguarda da vicino. Perché quando in famiglia c’è una malattia, chi se ne occupa, quasi sempre, è una donna. Secondo i dati del progetto, oltre il 90% del lavoro di cura e gestione ricade sulle donne (ANSA). Nell’indagine 2026, il 58,5% dei caregiver è una donna e il 98,5% è un familiare: non un’assistente pagata, non un servizio. Una figlia, una moglie, una sorella.
E quel carico ha un prezzo che si può contare:
- il 37,2% delle donne caregiver ha lasciato il lavoro per assistere la persona cara, contro il 13,3% degli uomini;
- il 41,3% ha smesso di cercare un’occupazione, contro il 18,1% degli uomini;
- e c’è un’asimmetria che fa male da sola: l’81,8% degli uomini con una malattia rara ha un caregiver accanto, contro appena il 46,3% delle donne. Quando a star male è lei, spesso resta sola.
Nella prima fase del progetto, oltre il 78% delle donne che assistono aveva riferito ripercussioni psicologiche. Non è un dettaglio di contorno: è il cuore della questione, e ha un nome che su questo sito conosciamo bene.

Cosa significa per te che assisti qualcuno
Quando ho letto questi numeri ho pensato a una frase che ho detto anch’io, anni fa: «lo faccio io, sono sua figlia». L’ho ripetuta come fosse l’unica cosa giusta e persino l’unica possibile, e così ho ridotto l’orario, poi ho lasciato del tutto il mio lavoro da maestra per assistere mia madre. Mi ci sono quasi persa dentro. Quel 37,2% che ha lasciato il lavoro non è una statistica astratta: per due anni sono stata io.
Ecco perché questa indagine, al di là dei decimali, dice una cosa che vale anche per te. Quella stanchezza che ti porti addosso, la colpa che senti qualunque cosa fai, il lavoro mollato o ridotto — non sono il segno che sei debole o una cattiva figlia. Non sei una cattiva figlia. Sei una figlia esausta. È diverso, e ora c’è un’indagine nazionale che lo conferma: l’esaurimento di chi assiste non è un difetto di carattere, è un carico oggettivo che cade in modo sproporzionato proprio su di te perché sei una donna.
Quel «prezzo psicologico» di cui parlano i dati, in parole nostre, è il burnout del caregiver: il sonno che si rompe, l’irritabilità con le persone che ami, il sentirti già vuota al risveglio. Riconoscerlo non è lamentarsi. È il primo gesto per non lasciarti schiacciare. E vale anche se chi assisti non ha una malattia rara ma un genitore con demenza o non autosufficiente: cambia la diagnosi, non il carico che ti ritrovi sulle spalle.
Cosa fare adesso, se ti ci sei riconosciuta
I numeri da soli non ti tolgono un grammo di peso. Servono a darti il permesso di guardare il tuo, di carico, senza vergognartene. Da lì puoi partire — non da tutto insieme, da una cosa sola.
- Dai un nome a quello che proviPrima di cambiare qualcosa, riconosci che è burnout e non fragilità. È la differenza tra «sono io che non valgo» e «il carico ha superato le mie forze»: solo la seconda si può alleggerire.
- Togli un solo peso questa settimanaNon riorganizzare tutta la vita: scegli un’unica area e affidala a qualcun altro davvero, regia compresa. Chiedere aiuto non è fallire, è ciò che ti permette di esserci ancora tra un anno.
- Se la stanchezza non rientra più, parlane con un professionistaQuando la tristezza è profonda e non passa, o non dormi da settimane, non è più «solo» fatica: il medico di base o uno psicologo sono il passo giusto, e farlo ora è un atto di cura verso di te.
Se vuoi questi passi messi in fila — le frasi pronte per dire di no, i confini, i micro-gesti per non sparire dentro il ruolo — nell’ordine in cui servono davvero, li ho raccolti nella guida «Il permesso di scegliere te», con 9 carte da tenere a portata di mano per i giorni in cui la testa si svuota. E se vuoi prima orientarti gratis, parti dalla mappa per il caregiver familiare, da come prenderti cura di te senza sensi di colpa o dai segnali del rischio depressione quando la fatica diventa qualcosa di più.
Domande frequenti
Cosa dice l’indagine «Women in Rare» sulle donne e le malattie rare?
Che le donne sono penalizzate due volte. Come pazienti, perché per arrivare a una diagnosi di malattia rara aspettano in media 6 anni contro i 4 di un uomo. E come caregiver, perché su di loro ricade gran parte dell’assistenza: il 58,5% di chi assiste è una donna e il 98,5% dei caregiver è un familiare. I dati arrivano da un’indagine condotta da Censis e Altems Advisory su 1.067 persone, presentata il 23 giugno 2026.
Perché si dice che le donne sono «penalizzate due volte»?
Perché pagano da entrambi i lati. Quando sono loro a essere malate, i sintomi vengono più spesso attribuiti a cause psicologiche (20,4% delle donne contro il 13% degli uomini) e la diagnosi arriva più tardi. Quando a essere malato è un familiare, sono quasi sempre loro a occuparsene: nel progetto Women in Rare oltre il 90% del lavoro di cura e gestione risulta a carico delle donne.
Quante donne lasciano il lavoro per assistere un familiare malato?
Secondo l’indagine, il 37,2% delle donne caregiver ha dovuto abbandonare il lavoro per assistere la persona cara, contro il 13,3% degli uomini; il 41,3% ha smesso di cercare un’occupazione, contro il 18,1% degli uomini. Lasciare o ridurre il lavoro non è una scelta libera: è quello che succede quando il carico di cura ricade su una persona sola.
Questi dati valgono anche se assisto un genitore con demenza, non una malattia rara?
L’indagine riguarda nello specifico le malattie rare e un campione di 1.067 persone che si sono offerte di rispondere, quindi i numeri precisi valgono per quel contesto. Ma il meccanismo che raccontano — la cura che ricade quasi tutta su una donna, il lavoro lasciato, il prezzo psicologico — è lo stesso che vivi se assisti un genitore con Alzheimer o non autosufficiente. Cambia la malattia, non il carico.
Mi riconosco in questi numeri e sto male: a chi mi rivolgo?
Se la stanchezza non rientra più nemmeno con una pausa, se la tristezza è profonda e non passa, se non dormi da settimane o hai pensieri molto cupi, non è più «solo» fatica da caregiver: parlane con il tuo medico di base o con uno psicologo, e fallo ora. Io sono una di voi che ne è uscita, non una terapeuta, e proprio per questo ti dico chiaro dove finisce la mia mano e dove inizia quella di un professionista.
Una nota onesta, perché te la devo: questa è un’indagine su 1.067 persone che si sono offerte di rispondere, e riguarda nello specifico le malattie rare. I numeri esatti valgono per quel mondo. Ma il disegno che disegnano — la cura che diventa quasi sempre un mestiere di donne, e che si paga in lavoro, in salute e in solitudine — quello, lo sai già senza bisogno di un grafico.
Daniela Tonzuso
Caregiver familiare · autrice
Per due anni ha assistito sua madre senza accorgersi che stava sparendo. Non è terapeuta: è una di voi, che ne è uscita. Scrive per le donne che amano qualcuno fino a dimenticarsi di esistere.
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Fonti
Notizia verificata su più fonti indipendenti il 23 giugno 2026.
- Adnkronos, «Indagine Woman in Rare: per le donne 2 anni in più per una diagnosi» (23 giugno 2026).
- Progetto Women in Rare — womeninrare.it (consultato a giugno 2026).
- ANSA — Salute & Benessere, «Caregiver e pazienti, donne colpite 2 volte dalle malattie rare» (25 settembre 2025).
